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Note sul concetto psicologico d’identità

ALESSANDRO SALVINI

(già Ordinario di Psicologia clinica, Università di Padova)

Introduzione

Circa trenta anni fa incontrai per motivi professionali una giovane insegnante elementare che, vinto il concorso magistrale, si era trasferita dall’Umbria nel basso Lazio, in una piccola città sul mare. Forse per vincere la noia ripetitiva delle giornate e del niente all’orizzonte, Valeria si era inventata altre due occupazioni e due identità. Non solo la maestra brava e sorridente della mattina, ma anche Elisa, la vivace rappresentate di cosmetici che poi diventava, il sabato e la domenica sera, la castigata entraìneuse di un noto locale notturno sulla costa, dove suonava il piano e intratteneva i clienti. Locale in cui, misteriosa e affascinante, in omaggio alla mitologia dei luoghi, le era stato dato il nome d’arte di Circe. Nome che Valeria aveva fatto suo senza peraltro concedersi le libertà della “dea dall’irsuto crine”. Valeria insegnava in una piccola scuola di campagna, un po’ fuori mano, frequentata da figli di contadini, di pescatori e di forestali dell’Agro Pontino. Nei pomeriggi liberi, tre volte alla settimana saliva in auto, e andava a proporre, più a Sud, i suoi prodotti. In un paio d’anni, spigliata e affidabile, era riuscita a mettere insieme una vasta clientela: saloni di bellezza e negozi sparsi tra Fondi, Formia e Gaeta. Il suo problema non era l’eccesso di vitalità lavorativa, ma le tre vite parallele, ognuna con i suoi sottomondi di conoscenze, di relazioni, d’incontri e di frammentazione autobiografica. All’inizio un’unica immagine di sé a cui concedeva la recita di due identità accessorie: vite e impegni che Valeria teneva comunque nascosti e accuratamente separati, tanto da sviluppare la sindrome tipica dell’agente segreto, del falsario o del truffatore: un misto di segretezza sospettosa, di solitudine e di euforica incertezza. Il gioco iniziato per noia, per il gusto della simulazione, per raccontarsi in modo diverso, per eludere i condizionamenti della piccola città, e chissà per quali altri motivi, aveva finito, per generare con il tempo tre scenari separati e altrettante versioni di sé, ignote anche alle persone a lei più vicine. Negli ultimi tempi pur non facendo niente di riprovevole, Valeria era angosciata dalla paura di essere scoperta, di dover dare delle giustificazioni, di apparire strana, ambigua e sospetta, e di avere una doppia vita. A questo timore si era aggiunto un malessere più profondo, una sensazione di dispersione e di perdita d’ancoraggio alla sua vera identità. Coerente con i ruoli e i personaggi che impersonava con successo, Valeria sentiva anche di essere sempre più catturata dai luoghi e dai tempi in cui prendevano vita quelle che ormai erano divenute le altre due identità: sempre più vissute e sempre meno recitate. Non solo la maestra riservata, competente, disponibile e apprezzata, ma anche la Circe notturna, piena di languori seduttivi, ritrosa, altera ed affascinante, o l’Elisa pomeridiana sprizzante gioia di vivere, comunicativa, spiritosa e trasparente, che sembrava non aver bisogno di quello che vendeva, ossia di cosmesi. Disorientata e mimetica, dissociata e identificata, Valeria non riusciva a capire fino a che punto i suoi personaggi si fossero impossessati di lei. Forse per un vorticoso imbuto di autoinganni suggestivi, Valeria si era smarrita nell’espediente di vita con cui aveva cercato di dare una soluzione o una risposta alle sue inquietudini. La maestra, giovane e seria, modesta e intelligente, si era impersonata con le altre due vite accessorie al punto di sentirsene posseduta. Come questo fosse potuto avvenire Valeria me lo spiegò in modo semplice, molto più avanti, in una delle sue brevi memorie mi scrisse: “Ad un certo punto una si adagia nella sua situazione, soprattutto se è piacevole, incomincia a credere in quello che fa, e senza accorgersi finisce per tessere tele diverse, generare mondi diversi e le persone ti riconoscono per quello che tutti dicono che sei e per come ti manifesti. Non ci sarebbe niente di male se fossimo più persone, ma non lo siamo, all’inizio è euforia e ti sembra naturale, poi angoscioso smarrimento quando passi da una persona all’altra. È un’esperienza che ti fa riflettere: superata l’eccitazione e passato lo spavento della possessione, ti trovi ad essere in una zona di tranquillità, più rassegnata ma serena. La verità è che una vita non ci basta quando quella che viviamo non ci contiene. Come è capitato a me vivendo tre vite, comprendi alla fine che siamo il riflesso di un’illusione. Lo puoi scoprire quando l’immagine ed il ricordo che gli altri hanno di te e che ti rinviano è così differente”. Le crisi più profonde di Valeria si presentavano negli intervalli, nel passaggio da una scena all’altra, dove presa da un profondo e paradossale senso di perdita di contatto con se stessa e il mondo, percepiva in quei momenti una “perdita d’anima”, come lei la definiva. Un guardarsi vivere dall’esterno, senza interessi ed emozioni, prima che la scena la riprendesse. L’identificazione con Elisa e Circe finiva per essere il necessario antidoto alla perdita d’anima. Così i due alter ego giorno dopo giorno sembravano assorbirle la parte centrale della coscienza di sé, il residuo frammento affidato a Valeria. Anche le proiezioni temporali della sua memoria autobiografica erano sempre più contaminate da un futuro ricordato; sorta di imbarazzanti e disorientanti anticipazioni e déja vu, in cui si presentavano improvvisi i modi di pensare e le sensazioni sperimentate come Circe o come Elisa. Questo suo modo di essere, di percepirsi e di vivere, le creava anche dei problemi non indifferenti. Per esempio i suoi rapporti con la famiglia d’origine, con il fidanzato lontano, l’organizzazione di vita, la separazione e complicata segregazione sociale che le sue identità le richiedevano. Non ultimo la relazione con un altro uomo, incontrato come Elisa, che sapeva di Valeria la maestra, ma ignorava l’esistenza di Circe. Presenza accettante, devota e remissiva, ma da cui ormai cercava di sfuggire con mille espedienti. Incontrai Valeria e “le altre” quasi per caso, nella sua scuola a X, dove quella mattina ero andato per una segnalazione di “ragazzi caratteriali”. Difatti in quegli anni, su incarico di un Centro d’Igiene Mentale, mi occupavo anche di disadattamento scolastico, e immancabilmente di problemi di varia umanità. Quella mattina ascoltai Valeria con attenzione, quello che raccolsi o che ricordo è come lei si raccontò. Nitide le impressioni di quel giorno e quelle successive, così come le sue riflessioni, richiami, note e confessioni, in gran parte anche affidate ad un quadernetto dalla copertina nera, che lei amava chiamare “la nostra cassetta delle lettere” . Ricordo come si raccontò la prima volta: in modo sobrio, scarno e veloce, stile cartella clinica. Dopo qualche giorno mi fece pervenire una lettera dove m’impartiva la prima lezione: “Desidero il suo interesse, e per questo mi sono raccontata in una certa maniera, quella che presumo più adatta a lei e al suo modo di vedere gli altri; ma non per questo desidero che lei mi consideri attraverso questo suo punto di vista. Una distorsione professionale che reputo poco adatta al tipo di attenzione e all’aiuto che le chiedo. Voglio essere considerata una persona con delle difficoltà, non un caso clinico”. Sul fondo della pagina annotò: “Certamente con uno stato d’animo meno preoccupato, o con un’altra persona davanti, racconterei di me cose diverse, ma per il momento, almeno per cominciare, mi concedo a come lei è in grado di vedermi”. Valeria era più avanti della scienza a cui chiedeva comprensione ed ospitalità, troppo avanti per non tentare di modificarla. Azzerò la mia già vacillante fiducia nell’anamnesi obiettiva e reale ovvero l’ingenua pretesa di psichiatri e psicologi clinici del tempo di conferire ad una “verità narrativa” lo status di una “verità storica”. Pretesa che scambiava un intreccio biografico interpretato, ricostruito e rimodellato dalle due parti, per un insieme di fatti e di evidenze oggettive da riportare entro una spiegazione causale; ossia del perché e del come una persona si trovi ad essere, ad agire ed a pensare in modo deviante per gli altri e preoccupante per lei. Sul quadernetto annotò ancora: “le persone non sanno di avere una natura, lei direbbe una personalità, finché non la incontrano come obbligo o esigenza nel gioco incrociato delle situazioni e delle intenzioni: le diagnosi di personalità forse servono più a voi che a chi avete davanti. Il guaio è che se la persona ci crede, si fa un’idea, una convinzione di sé, di cui è poi difficile che possa liberarsi”. Non mancò di prendersi gioco del suo “disturbo schizotimico con note di depersonalizzazione ipoparanoidea” . Diagnosi che le era stato fatta da un illustre clinico di Roma. E con una punta di sfida e forse imitandone un po’ la voce sentenziosa disse, e poi mi scrisse: “Ora anche lei non si nasconda dietro un linguaggio supponente, non cerco di sapere chi sono, ma cosa devo fare. Non so che farmene di classificazioni fantasiose da bestiario medioevale”. Forse la sua singolare esperienza le consentiva di sapere abbastanza su se stessa e sugli altri, per pretendere qualcosa di più e di diverso. Non era interessata a conoscere il tipo di devianza umana a cui potesse somigliare o a quale anomalia psichica il suo problema potesse essere associato. La sua esigenza era come uscire dagli abiti di cui era rimasta prigioniera, “per necessità e volutamente” come non mancava di ripetere. Forse resistevo alle sue idee e per meglio convincermi mi scrisse: “I miei alunni sono come sono, devo metterli in condizione di crescere, di uscire dal loro guscio infantile, per far questo non posso fare a meno di creargli degli scopi, o di utilizzare i loro bisogni e fantasie. Pensare e vedere cose nuove insieme è una grande scoperta, come essere con loro mentre li accompagni oltre i loro campi ed i muri delle loro case, alla scoperta di altri significati. Chi sono, da dove vengono, qual è il loro carattere, ammesso che ne abbiano uno, non è di grande aiuto, importante è farli agire, solo così scopriranno chi vogliono e possono essere. Anch’io vorrei uscire dal mio guscio che è un labirinto come molti altri, che ho fabbricato ed in cui mi sono costretta; ormai so come è fatto e come funziona, ma non riesco a trovare l’uscita, ci vuole qualcuno che da fuori, vedendo e comprendendo, sia in grado di indicarmela, ma per far questo non può ignorare la metà delle istruzioni che posso dargli. Se il senso e il significato di quello che faccio muta, cambio anch’io, la mia immagine nello specchio, il mio modo di essere confermata dagli altri: è come passare da un libro o da un racconto ad un altro”. A quel tempo ero ancora impreparato ad affrontare una prospettiva che anticipava quello che avrei scoperto, Valeria in questa conoscenza mi precedeva ampiamente. Aveva elaborato una personale teoria della mente, che oggi chiameremmo “interazionista” o “costruttivista”. Una teoria su di sé, gli altri ed il sistema di processi che li interconnette. Una teoria su come viene costruito il rapporto tra identità personale, ruoli, situazioni e azioni. Un sapere più progredito di quanto io avessi potuto apprendere dai libri dell’epoca, dal mio supervisore e dalla mia modesta esperienza professionale. “ Non è possibile – mi disse ancora Valeria in un’altra delle sue lezioni – pretendere di conoscere la vita degli altri definendola con le parole dei nostri pregiudizi, o di quello che già pensiamo di sapere”. Forse perché ero un po’ duro a capire o affezionato al mio modo di pensare, ripeté: “Ho già provato anch’io con me stessa, e non funziona. Serve solo a difendere la realtà che abbiamo accettato e in cui dobbiamo credere”. Non era male per una persona che cercava d’insegnare qualcosa allo psicologo a cui chiedeva aiuto. Più che il terapeuta forse cercava qualcuno da cui essere ascoltata, qualcuno disposto a farle da specchio per poterlo attraversare. Avendomi scelto come confidente non intendeva rimanere delusa. Poi, come coetaneo, non le suscitavo particolare deferenza, poteva mettermi alla prova e correggere le mie “congetture troppo psicologiche” ed accoglierle con divertite risatine. Così iniziarono le mie “ripetizioni”, con una “paziente” nel ruolo di supervisore. È noto che le prime impressioni permangono, e ancor oggi ripensandoci faccio fatica a liberarmi da una profonda sensazione che Valeria mi trasmise. Durante il primo incontro, ad un certo punto la maestra dalle molteplici vite, parve non udirmi più. Il suo sguardo vagò oltre, verso un filare di eucalipti, si allungò verso i monti Ausoni lontani, poi girò lentamente privo di una messa a fuoco precisa. Lo seguii, ora perso tra i campi, ora vacuo ed assorto, attratto dalla striscia luminosa di un lungo canale fiancheggiato da un verde canneto d’acqua. Lo scarto tra quello che io vedevo e quello che lei guardava, mi trasmise la sensazione di una perdita di senso e di significato, che neanche lo splendore della natura di un maggio luminoso le consentiva in quel momento di rinchiudere in una forma. L’impressione mi rimase, e ancora sento l’imbarazzo di avergli trovato in quel momento un nome. Tradussi, per necessità mia, quello sguardo in un sintomo: mi affiorò il termine adatto “angoscia ontologica”. Ma su questo banco di sabbia mi arenai. Non dissi niente, rimasi anch’io assorto. Come nota aggiuntiva posso anche dire, a costo di deludere gli appassionati di nosografia e di psicodiagnostica tra cui in quegli anni dubbioso militavo, che i sintomi di Valeria non erano sufficienti ed adeguati per formulare una diagnosi di “personalità multipla”, peraltro poco conosciuta e per niente di moda tra psicologi e psichiatri degli anni settanta. Lasciai cadere subito ogni ambizione di inquadrare il “caso” da un punto di vista nosografico ed eziopatologico. Forse compresi che avevo bisogno di un nuovo modo di vedere, un diverso paradigma, insomma un sistema di cui Valeria era già esperta. Ci rivedemmo frequentemente e per un lungo periodo. Incontrai sempre Valeria la maestra, poco le altre. Elisa e Circe presto ritornarono ad essere i personaggi recitati dei loro copioni, finché si dissolsero. Insegnandomi molte cose di lei, mi dette la possibilità di esserle utile. L’anno successivo Valeria cambiò vita, ritornò là dove aveva le radici: “alle fonti del Clitunno” come diceva lei. Come spesso sanno esserlo le donne dell’Italia Centrale, la vidi partire frizzante, allegra e ironica: un modo per alleggerire i piccoli pathos della vita. Dopo poco anch’io cambiai zona e impegni, persi i contatti e non riuscii a sentirla più. Avevo appreso molto. Spesso in questo strano lavoro, è il sapere dell’altro che ci mette in grado di aiutarlo scoprendo, grazie a lui, altre configurazioni dell’esistenza. Sto ricordando Valeria non per trasformarla in un aneddoto, in un caso clinico, ma per un diverso motivo. Ho con lei un debito che desidero condividere con lettori di questa rivista. Senza Valeria probabilmente non avrei cercato un’epistemologia e una teoria alternative, né mi sarei occupato dei processi interattivi da cui affiora la coscienza di sé, sotto forma di rappresentazioni, narrazioni e di identità personale, né avrei cercato di capire il riflesso che su questi processi ha la condizione di diversità, l’attribuzione di devianza e l’alterità come esperienza di sé. Senza Valeria, molto probabilmente non mi sarei orientato in questa direzione, non avrei trasmesso ai miei studenti e allievi un interesse, che alimentato dalla loro voglia di capire, attenta e intelligente, confluisce oggi in un settore di ricerca considerato innovativo: erede legittimo di un’importante tradizione di studi, sociologici, antropologici, psicologici, letterari e filosofici, eclissati dal comportamentismo da un lato e dalla psichiatria psicodinamica dall’altro. Tradizione di studi che oggi è presente soprattutto in alcuni modelli di psicoterapia e nella psicologia sociale cognitivista e costruzionista.

1. Il molteplice e il polisemico.

All’esperto di criminalistica il concetto d’identità fa venire in mente le impronte digitali, l’identikit, l’omicida seriale, la contraffazione di passaporti, e altro, mentre alla comune umanità di un imam sciita e di un rabbino ortodosso, ricorda l’identità culturale e religiosa che li divide. Dall’altro il concetto d’identità accomuna individui lontani e con esigenze simili, come i personaggi politici e televisivi, i transessuali e gli adolescenti, la cui certezza di esistere esige, anche in modo imperioso, l’obbligo ad essere costantemente riconosciuti e confermati: sopratutto per ciò che rivendicano come immagine e rappresentazione di sé. Mentre allo psicologo dello sviluppo la parola identità ricorda i problemi e i processi attraverso i quali un neonato si evolve in maschio e in femmina, ad altri, come all’immunologo il concetto di identità suggerisce i modi attraverso cui il sistema autodifensivo dell’organismo distingue tra un sé biologico e un non sé alieno, e al genetista ricorda tra le varie cose, non solo le attribuzioni di paternità, ma anche l’eredità filogenetica che rende i viventi simili o diversi. Per non parlare poi dei complessi e ramificati sistemi di attribuzione categoriali di natura sociale, come l’identità nazionale, etnica, religiosa, generazionale, professionale, ideologica e politica. Attribuzioni d’identità che influiscono sulla coscienza situata di sé, generando non solo processi affiliativi e valutativi, ma anche i significati da dare alle proprie esperienze sul come configurare gli altri e il mondo. Se è vero che la conoscenza ha bisogno di concetti chiari, precisi e non confusi, non si capisce perché gli psicologi abbiano fatto propria questa parola così ambigua e polisemica. È quindi necessario capire in quale accezione usino il concetto d’identità e perché contravvengano al suo significato logico. Tra i molti che si sono occupati del problema di stabilire l’effettiva portata logica del concetto di identità, spicca Gottfried Leibniz, che ha offerto un impianto formale ancor oggi accettato. Da Leibniz in poi diciamo che: “A è identico a B, quando la sostituzione di A con B, o viceversa, conserva la verità degli enunciati che concernono A o B”. Da questa definizione scaturiscono alcune pietre angolari della logica e della scienza: il principio di non contraddizione, il terzo escluso, e la legge d’identità. Per il pensiero razionale un po’ bigotto, chi viola questa logica dice sciocchezze o è in stato di ebbrezza alcolica o è vittima di un pensiero delirante. Nel mondo della logica-matematica, da Friedrich Frege in poi, la riflessione sulla natura degli enunciati d’identità si è poi aperta a prospettive sempre più ricche ed articolate, che si sono rivelate congrue alle scienze fisiche e naturali, ma poco pertinenti per comprendere i costrutti di senso e di significato propri delle scienze sociali, e di buona parte della psicologia. Per esempio è possibile sostenere che l’identità (personale) è data non solo dalle caratteristiche che rendono un individuo uguale solo a se stesso, ma anche quanto di questi caratteri condivide con altri a lui simili. Il concetto socialmente utile di identità, consente di organizzare la percezione dell’altro attraverso schemi di tipizzazione e permette di fare inferenze predittive, per esempio sul suo comportamento. Assegnare qualcuno (o anche se stessi) ad una classe sociale e psicologica d’identità, consente l’attesa di un comportamento coerente con le sue caratteristiche d’appartenenza, permettendo ragionevoli predizioni sul suo comportamento e quindi entro certi limiti sonni tranquilli. Se l’identità psicologica è come un Giano bifronte che rende qualcuno simultaneamente uguale e diverso, il principio di non contraddizione è violato, non dà più garanzie, vengono meno i sonni tranquilli. Scopriamo che il mondo delle persone, sociale, culturale, psicologico che sia, viola la logica entro cui imprigioniamo in modo soddisfacente gli eventi naturali, gli oggetti fisici e i loro meccanismi. Gli psicologi, che con grande impegno hanno cercato di ancorare il comportamento umano alle scienze della natura, hanno fallito proprio su quello che era il loro obiettivo: spiegare per poter prevedere. Chi ti dice, per esempio, che tua figlia adolescente teneramente addormentata e abbracciata al suo peluche, invece di sognare gattini rosa, si alzi a notte fonda e ti venga a trovare con un coltello in mano? L’identità attribuita, implicando il principio di non contraddizione, è alla base della fiducia interpersonale, per esempio di un impiegato fedele, di un vicino affidabile o di una moglie con la testa sulle spalle. Se una ragazza è dolce, docile, rispettosa, affettuosa con i genitori, si commuove facilmente, esprime buoni sentimenti, ama l’intimità familiare ed è coerentemente uguale a sé stessa, ci sentiamo sicuri della sua identità. Per una deduzione implicita basata sul principio di non contraddizione, non può essere aggressiva, crudele e desiderare di sbarazzarsi dei genitori, di qualche amica, o di una donna sconosciuta per esempio di una suora, o partecipare a qualche rito satanico. Purtroppo le cronache mettono a dura prova le nostre categorie logiche quando, invece di miracoli telematici e bio-medici, si occupano dell’imprevedibile psicologia umana. Usare l’aggettivo “patologico” per coloro che violano le nostre previsioni in base all’identità attribuita è un espediente interpretativo post hoc, piuttosto che un’evidenza oggettiva o una spiegazione dimostrabile. Molti test di personalità sono strutturati seguendo la logica ferrea del principio di non contraddizione, sono validati con cura e appaiono scientificamente perfetti. Purtroppo in molti casi la loro capacità predittiva è prossima allo zero. A tutto questo George Kelly, negli anni cinquanta, dette una soluzione semplice, affermando che: “un costrutto psicologico non è un costrutto logico”. La conseguenza paradossale è che il risultato del processo che chiamiamo “identità”, oltre a essere precario e fluttuante è anche multiplo, come l’esperienza e i volti che l’individuo scopre di sé nello specchio delle varie situazioni. Polisemia e uso contraddittorio di un concetto, attribuzioni di significato contrarie al suo uso corrente, non sono un buon biglietto da visita per una parola che aspiri ad essere accolta anche in una scienza di elevate ambizioni metodologiche com’è la psicologia, nonostante le sue scarse pretese linguistico-concettuali. Già Ludwig Wittgenstein accusò la psicologia d’essere “affetta da eccessi sperimentali e da confusione concettuale”, e niente sembra aver mitigato, dal 1921 ad oggi, questa sintetica ed efficace constatazione. Perché allora utilizzare un termine concettualmente così poco “consistente”? Ma chi ha detto che i termini psicologici debbono avere, analogia permettendolo, una “consistenza” fattuale? È il quadro di riferimento epistemologico e teorico a stabilire il significato d’uso di un concetto e non le esigenze reificanti dei metodi empirici o del senso comune. A questo punto la strada sembra complicarsi, e nessun tipo di focus, che introduca i contributi presenti in una rivista, dovrebbe rendere difficile la vita al lettore. Abbiamo bisogno però che il lettore possa cogliere con chiarezza una differenza importante tra una statua ed un pallone. Nel caso della statua il suo significato è rappreso nell’argilla o scolpito nel marmo, nel caso del pallone il come viene usato (le regole di gioco), genera significati e contesti. In psicologia si fronteggiano due, forse anche più, tradizioni: quella positivista/empirista e quella costruttivista/pragmatica: per cui gli enti psicologici di cui parlano appartengono a sfere separate di realtà. Per la prima tradizione i concetti o gli enti psicologici sono fatti; per la seconda sono convenzioni o costrutti.

2. Reificazioni e paradigmi alternativi

Più di mille anni fa, nel 787 per l’esattezza, i Vescovi cristiani si riunirono a Nicea, in Asia minore, per dibattere una cosa importante. Questi uomini saggi, pii e pieni di religiosa sapienza, convennero che alla fede dovesse essere concesso anche il sostegno delle cose tangibili e che, le pratiche devote, avevano bisogno di aggrapparsi a reliquie, immagini, statue ed a luoghi di culto capaci di dare al sacro una corrispondenza concreta in modo da conferire, anche alla mitografia religiosa, la natura di verità storica. Così la credenza poteva essere resa concreta, percepibile, compresa e quindi atta a sostenere la fede, come il mondo pagano fino allora aveva efficacemente dimostrato. È per questo motivo che in quell’autorevole consesso di vescovi, gli imaginisti prevalsero sui più sofisticati iconoclasti. Calcolo ideologico, sottigliezza dottrinale, consapevolezza della maggiore capacità suggestiva del sensoriale sull’astratto, fecero si che le tesi degli imaginisti fossero considerate più adatte a diffondere e sostenere la fede: nelle rappresentazioni dei santi fu così pitturata o ingessata anche la realtà concreta della loro santa natura. Tutto questo è avvenuto molto prima che un’analoga pretesa fosse rivolta alla psicologia proprio dagli avversari più accaniti della metafisica, ossia dagli psicologi positivisti. Così la scienza dei fenomeni prevalentemente invisibili, la psicologia, fu ancorata alla fisiologia e ai suoi analoghi metaforici, e per contiguità trasformata in scienza naturale. Le parole e i concetti indicanti fenomeni mentali e comportamenti socialmente definiti, furono trasformati in altrettante icone o oggetti psichici. Il risultato non tardò a mancare, molteplici feticci psicologici furono offerti alle esigenze concrete della mente comune, alle necessità empiriche della metodologia scientifica, e alle spiegazioni di causa-effetto. Metafore, analogie, neologismi, finzioni della ragione, astrazioni concettuali, finirono per essere trasformati in entità empiriche, ogni nome in una cosa. Ogni volta che gli psicologi o gli psichiatri inventano un neologismo o traggono dal linguaggio ordinario una parola, immancabilmente tendono a trasformarli in “oggetti” che vengono poi pensati come entità reali, alla stregua dei fatti e dei fenomeni appartenenti al mondo fisico. La tazza concettuale, il nome con cui raccolgono l’acqua dell’esperienza o dei processi mentali altrui, diventa la forma, la descrizione e talvolta la spiegazione (tautologica) di quell’esperienza o di quei processi. Come uscirne? Se le parole relative a stati, processi mentali ed azioni, le riconsegniamo ai contesti del discorso e dell’esperienza, restituiamo il loro valore psicologico che è semantico, quindi locale, storico, socialmente costruito e soggettivamente interpretato. Il termine identità aspira ad essere, non l’ulteriore oggetto delle psicologie empiriche (a cui tuttavia può concedere qualcosa), quanto il variegato effetto rifrattivo delle interazioni che legano gli attori-osservatori con sé stessi e con gli altri. Il quadro teorico e concettuale che sta dietro gli studi proposti in questo focus appartiene ad un altro riferimento paradigmatico, che può essere denominato in diversi modi a seconda delle regioni di cui si occupa e dei livelli che esplora: costruzionismo o antropomorfismo, oppure interazionismo strategico o pragmatismo socio-cognitivo. Si tratta di un paradigma affiorato in certi settori della cosiddetta psicologia post-moderna e delle scienze sociali, ma che vanta una lunga ed illustre tradizione. È un paradigma poco noto a coloro che sono convinti che le risposte agli interrogativi sulla mente e sul comportamento umano, soggiornino unicamente nelle riviste accademiche di psicologia, o nei repertori nosografici della psichiatria. Psicoanalisi, comportamentismo cognitivista, psichiatria tradizionale, psicobiologia riduzionista, sono tutti figli di un’identica madre epistemologica che li rende eredi di un progenitore, il positivismo psicologico, che con le sue semplificazioni, meriti ed intolleranze ha dominato il campo accademico e professionale per più di cento anni. Per questo motivo le riflessioni proposte in questo focus richiedono al lettore di cose psicologiche una certa disponibilità a cambiare le coordinate concettuali e linguistiche lungo cui scorrono i generi narrativi della psicologia tradizionale. Per esempio, il lettore può trovarsi disorientato dall’assenza delle argomentazioni basate sul determinismo ingenuo (lineare) o sofisticato (multicausale). Per quanto astratto, polisemico o metaforico che sia, qualsiasi concetto che cade in mano al positivismo psicologico viene facilmente trasformato in un’entità, suscettibile di divenire una “cosa” e come una palla da biliardo diventare a sua volta una variabile causale. La trasformazione di un significato in una cosa, di un aggettivo in sostantivo, di una descrizione in una proprietà, di una caratteristica in una causa rientra, com’è noto, in quel processo chiamato reificazione. Sorta di autoinganno cognitivo che, se professionalmente condiviso, contribuisce a far si che la reificazione divenga con il tempo sempre più efficace e accettata. È anche vero che per poter varcare i portoni della scienza e avere tutti i vantaggi dei suoi attestati è d’obbligo rispettare i suoi metodi, per cui la virtù fatta necessità reclama “oggetti” reificati (astorici, naturali, oggettivi, privi di contesto, deprivati di ogni antropomorfismo, isolabili e dotati di proprietà molecolari e di meccanismi costitutivi e capacità causali), in cui lo psichico è rappresentato alla stregua di un organismo fisico. Si tratti di concetti come “bullismo”, “emozione”, “personalità”, “apatia” o “depressione”, è importante che possano essere trattati da un lato secondo le esigenze del riduttivismo naturalistico, e dall’altro secondo le convinzioni epistemologiche del senso comune. Come la psicologia medicalizzata del senso comune, che ha bisogno di pensare attraverso cose tangibili, concrete e semplici, in cui poter innestare semplificazioni di causa-effetto, del tipo: “Giovanna si mette sempre con uomini che la umiliano perché è masochista”; oppure “il bullismo è un tipico disturbo di personalità adolescenziale che va diagnosticato e curato”, mentre la pigrizia, la voglia di far niente, la contemplazione fatalistica, l’atteggiamento rinunciatario, possono essere sintetizzati in un’altra figura o reificazione patofilica, ovvero nel “disturbo astenico di personalità” stabilendo in modo indebito un’equazione tra giudizio di valore negativo e patologia. Neologismi oscuri come “empowerment”, “achievement”, sfruttando la forza e l’autorità anglofila (vero e proprio calco di gesso per alcuni termini psicologici) divengono delle disposizioni, capacità o caratteri atti a descrivere e spiegare per esempio la motivazione al successo professionale. Al contrario la traduzione letterale del termine inglese “the self”, che ha significato di esperienza di sé e di autoconsapevolezza, produce in italiano un oggetto psicologico: “il sé”. Sulla base di questo equivoco si pensa e si studia questo processo come se corrispondesse ad una nuova entità psichica. Così le “rappresentazioni di sé”, vengono trasformate nella “rappresentazione del Sé” e la trappola reificante trasforma l’identità da un processo in qualcosa di simile ad una statua. Dalla psicoanalisi al cognitivismo, concetti metaforici come, “strutture”, “stadi”, “fasi”, “schemi”, “reti”, “istanze”, “patologie” sono pensati come entità psichiche realmente esistenti, facendogli assumere forza esplicativa, ma perdendo per strada insieme al “come se” la loro ambiguità metonimica, e la loro natura analogica. Non più finzioni della ragione, espedienti discorsivi, figure retoriche, ma entità accettate come effettive “realtà” psicologiche. Come mi insegnò Valeria, l’attività intellettuale autolegittimata delle professioni psicologiche parte dall’assumere parole come oggetti, sia pure psichici, dando loro sostanza empirica, cui per esempio i procedimenti e le narrazioni diagnostiche, psichiatriche e psicologiche conferiscono ulteriore sostanza reificante anche al giudizio di valore che ospitano. Sorge il problema del perché i lettori debbano condividere questo scomodo letto di Procuste. Incominciamo col dire che se un concetto serve come “mappa” e non come entità categoriale, questo concetto rivela una fertilità euristica affidata non alla conoscenza/descrizione di un oggetto, quanto alla comprensione di un processo. Da un punto di vista psicologico, il termine identità è un concetto mobile che serve per capire le possibili configurazioni che può assumere un processo interattivo, non è quindi un chiodo linguistico cui appendere un’immagine (come quando per esempio dico “personalità paranoide”). Serve a comprendere un sistema, non a definire un oggetto. Questa semplice dichiarazione d’intenti spalanca un baratro tra gli “imaginisti” e gli “iconoclasti”, in altri termini una frattura epistemologica verticale e radicale, dividendo in due il mondo della psicologia, tra coloro che pensano di legare la psicologia alle scienze della natura, e coloro che, rifiutando tutti i vantaggi connessi, pensano che sia più pertinente, rilevante e necessario, far rimanere parti importanti della psicologia nelle cosiddette scienze della cultura.

3. Identità come coscienza di sé

La posizione presente in questo focus, parte da un presupposto interazionista, secondo il quale l’identità psicologica non è una cosa, un’entità naturale, ma è un effetto semiotico e mutevole del campo relazionale. Essa è il significato e poi l’effetto auto/etero percepito del rapporto che un individuo intrattiene con altri enti (per esempio, le persone per lui significative, il contesto normativo, il ruolo e la situazione in cui si trova, le convinzioni che professa, il colore del cielo di un certo pomeriggio invernale o la cravatta, o se volete il vestito che ha scelto di indossare). Le rappresentazioni di sé sono sempre contestuali, più o meno condizionate dal grado d’identificazione con il ruolo sociale scelto e offerto dalla situazione. L’identità che emerge come autoconsapevolezza e presenza è sempre un compromesso che fluttua tra due polarità: continuità e coerenza da un lato, e dall’altro rappresentazioni di sé, socialmente e soggettivamente situate. Per cui l’identità come esperienza soggettiva socialmente situata, può essere generata e sperimentata in termini di stabilità e continuità (massima sovrapposizione tra ruolo, memoria autobiografica, concetto e rappresentazione di sé) o come esperienza frammentata e plurima. Paradossalmente l’identità, intesa come risultato di campi interattivi, stabili e mutevoli, non appartiene solo all’individuo che la sperimenta come autoconsapevolezza e riferimento per l’azione, ma è in ostaggio alle persone o alle situazioni (passati/presenti/future) che incontra o che crede di incontrare. È da considerare che qualsiasi incontro è sempre mediato da codici di senso e significato, preordinati, inventati o negoziati che siano. Sotto questo aspetto l’identità soggettiva è un sistema mutevole di significati autoriferiti, che concorrono alla costruzione del sistema sovraordinato che chiamiamo coscienza di sé. Non và comunque dimenticato che i processi generativi della coscienza di sé sono sono vincolati all’integrità del sistema sensoriale percettivo che attraverso la memoria, episodica in particolare, rendono possibile il substrato psicofisiologico della coscienza di sé che sostiene il senso d’identità: talvolta basta un ictus per sconvolgere le basi neurali della memoria autobiografica. Le riflessioni presenti in questo focus toccano prevalentemente la coscienza di sé, e la sua dimensione che chiamiamo identità, più che i correlati fisiologici che la rendono possibile. La coscienza di sé non è una realtà obiettiva, è un’esperienza che prende vita nei discorsi come nelle azioni, nei copioni come negli abiti di scena, nella ricerca di conferme nei ruoli e in tutto ciò che promana dalla realtà quotidiana e dai suoi effetti reali. La coscienza di sé come esperienza soggettiva riflette il mondo oggettivo cui si consegna, siano uniformi militari o sfilate di moda, chiese barocche o aule di tribunali, palestre di cultura fisica o relazioni sessuali. Attraverso questi mondi la coscienza di sé scopre sé stessa, si plasma, si conforma, genera esperienze soggettive che non sono separabili dal sistema regole/ruoli/identità e dalle diverse produzioni di senso e di significato. Produzioni di senso e di significato incorporate simultaneamente negli attori e nei contesti interattivi, con molteplici possibilità di consonanza e di dissonanza. Un’esperienza soggettiva si conforma agli obblighi e ai discorsi da cui è alimentata, significata, e orientata, per esempio facendo proprio il punto di vista degli altri selettivamente prescelto a guida della propria azione. La coscienza di sé è anche una ricerca di senso, un’attività della mente in cerca di un guscio, attraverso cui sperimentare, contrattare e proporre un’identità personale che, per essere tale, deve essere socialmente riconosciuta. La coscienza di sé non solo è il riflesso del mondo che selettivamente incontra, ma anche dei suoi significati incorporati in via anticipata nel linguaggio. Ruoli, rappresentazioni di sé, identità tipizzate, identità personali, narrazioni autobiografiche, costituiscono altrettanti concetti con cui cogliere i punti critici di un complesso processo interattivo, e non delle cose in sé. L’identità come momento aggregante di questi processi è unificata dalla memoria autobiografica e dal ruolo prevalentemente impersonato. Sempre in cerca di coerenza e di continuità, l’identità appartiene ai contesti interattivi più di quanto ogni persona sia disposta ad ammettere. L’identità è quindi un evento costruito da processi, le cui coordinate possono essere i ruoli, le regole, le intenzioni, i significati, gli atti e le azioni, attraverso i quali assume certe configurazioni comportamentali: l’esperienza che si riverbera sul fronte soggettivo fa si che i suoi mobili contorni coincidano con porzioni importanti della coscienza di sé. Coscienza di sé ed identità non possono essere disgiunte dal sistema interattivo da cui ogni persona trae il senso della sua individualità: per esempio, pensieri e discorsi con cui ciascuno codifica le proprie esperienze, pianifica il futuro, e riorganizza il presente. La freccia del tempo introduce un’altra dimensione, che ci fa cogliere attraverso il sistema anticipante generato dalla coscienza di sé/identità, l’effetto retroattivo di una sorta di futuro ricordato. Questo focus oltre a dare numerosi spunti di riflessione e di conoscenza al tema dell’identità personale, esplorandola come configurazione psicologica socialmente situata, dimensione relazionale e comunicativa, consente di fare un’incursione conoscitiva in particolari nicchie della vita e dell’esperienza umana, avvalendosi di mappe (o espedienti teorici) calibrati sui fenomeni e sui processi indagati. Sotto quest’aspetto il focus dovrebbe offrire delle soluzioni, o meglio delle metodiche volte a rispettare il criterio dell’adeguatezza tra fenomeno e metodo, magari proponendo attraverso una robusta raccolta di dati gli ancoraggi visibili, e i necessari punti d’appoggio, alla comprensione dei significati e delle esperienze dei gruppi umani e delle persone studiate. Queste riflessioni possono anche avere il significato di specchio, il paradigma d’appartenenza riflette sull’autore un’identità personale che svela da un lato la sua intenzionalità conoscitiva e dall’altro, la necessità contingente d’essere attraverso quello che scrive: il racconto finisce per creare l’autore. Si tratta di un’altra storia su cui non è opportuno spingere lo sguardo, lo farà compiaciuto il lettore (1).

1 Il presente contributo è apparso già in Fasola C. (2005). L’identità. L’altro come coscienza di sé. Torino: Utet.

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