Formazione - Società Italiana Sessuologia ed educazione Sessuale

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Le competenze per l’intervento del sessuologo in ambito clinico possono essere ricondotte alle tre dimensioni di saperesaper fare e saper essere.

  • Sapere: riguarda la teoria clinica di riferimento, che guida e definisce le costruzioni del sessuologo nell’interazione con il paziente. La teoria fornisce sia una griglia di lettura internamente coerente dei fenomeni clinici, e condivisibile professionalmente, sia i criteri generali per decodificare e gestire la relazione con il paziente ai fini del suo cambiamento.
  • Saper fare: comprende la capacità di costruire in termini professionali il “sistema paziente”, la capacità di pianificare una strategia del processo terapeutico in funzione degli obiettivi concordati e la capacità di utilizzare la relazione terapeutica come strumento del cambiamento. Include, inoltre, l’insieme di competenze specifiche e di abilità tecnico-professionali derivanti dalla propria teoria di riferimento.
  • Saper essere: concerne la consapevolezza che il sessuologo deve avere delle caratteristiche del proprio sistema di conoscenze e della propria “teoria del mondo”; consapevolezza che gli consenta di leggere i propri processi cognitivo-emotivi durante il percorso terapeutico e di decentrarsi dai propri schemi personali, per calarsi nel sistema di conoscenza della persona che ha di fronte. In estrema sintesi, è la competenza che, insieme al saper fare, permette al terapeuta di utilizzare se stesso come strumento del cambiamento nella relazione terapeutica.

“Invece che solidificare le proprie conoscenze teoriche e tecniche, il clinico dovrebbe esercitarsi a continue dislocazioni prospettiche. E può farlo solo se è consapevole, autoriflessivamente, del proprio sistema di costruzioni personali e professionali, solo se può vedere la sua posizione di osservatore mentre accosta la multiformità delle teorie e delle esperienze. Non si tratta, quindi, solo di avere quella generica capacità di ascolto richiesta oramai da tutti i modelli clinici, ma di sviluppare una specifica abilità professionale che consiste, più che nell’uso di ciò che si sa, nell’uso di ciò che si è. In questo senso, si può dire che la formazione è una “messa in forma” professionale di un atteggiamento conoscitivo e relazionale che richiede una continua trasformazione personale. Non si può aiutare l’altro a riconoscere il proprio “stile” se non si possiede, in prima persona, uno stile di cui si è consapevoli. Non si può aiutare l’altro a pensare le possibilità se non si è, in prima persona, pensatori del possibile”.

(Prof.ssa Maria Armezzani, Università di Padova)

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